Quando capiamo chi siamo? In che modo troviamo la nostra "dimensione"?
La costruzione della propria identità è un processo che dura tutta la vita, inizia quando nasciamo e durante la preadolescenza e l'adolescenza attraversa la tappa più importante, ma non dimentichiamo che ristrutturare le ns convinzioni su noi stessi, sugli altri e sul mondo che ci circonda è possibile SEMPRE.
Nel contributo di Milton Erikson, il concetto di Identità assume un significato fondamentale in quanto è funzione unificatrice dei diversi stadi di sviluppo: "il fine ultimo di ogni individuo è la costruzione di un'identità che si mantenga stabile nonostante i cambiamenti inevitabili posti dalle condizioni storiche, sociali, culturali..." (Erikson, 1982).
Nella primissima infanzia è la qualità del rapporto con i genitori (o con i loro sostituti) ad avere rilevanza. La relazione genitore-figlio può essere considerata la base per lo sviluppo dell'identità e dell'atteggiamento verso se stessi, come anche del comportamento sociale e dell'atteggiamento verso il mondo esterno.
Se il bambino può contare su un buon attaccamento si percepirà amabile e competente e percepirà gli altri come disponibili e affidabili, e poiché la mente non si limita ad una registrazione passiva delle cose che ci capitano ma è attiva e selettiva, tenderà a prestare maggiore attenzione, crescendo, a quelle esperienze che confermeranno la sua amabilità e competenza e la affidabilità degli altri, le quali rafforzeranno la sua percezione di base e così via.
Al contrario in un attaccamento instabile si percepirà come non amabile e incapace e percepirà gli altri come inaffidabili, dando risalto alle esperienze che confermeranno queste percezioni.
La stessa cosa vale per l'autonomia. Il percorso verso l'autonomia, che corre parallelo a quello dello sviluppo, si manifesta attraverso esplorazioni autonome che portano ad allontanarsi inizialmente per brevi momenti dai genitori. La loro approvazione e la loro disponibilità a fornire una base sicura durante questi momenti favoriranno il personale senso di sicurezza e di autonomia e stimoleranno ulteriori esplorazioni.
Non è durante l'adolescenza che si costruisce un senso di identità, anche se i cambiamenti che avvengono in questo periodo (sul piano cognitivo, psicosessuale e affettivo), sono piuttosto ampi e a vari livelli come forse non accadrà in nessun altro periodo della vita.
I fattori che entrano in gioco nel costruire la propria identità sono tanti: inclinazioni caratteriali, modelli da seguire, genitori, insegnanti, successi e frustrazioni a scuola, nello sport, in amore e con gli amici. Spesso l'adulto si dimentica del travaglio interiore provato in adolescenza, ma la scoperta del proprio Sé è un processo impegnativo, che porta l'adolescente a provare fatica e talvolta dolore, mentre si chiede: chi sono io? Si spaventa delle numerose domande, dei dubbi e delle incertezze che disturbano la sua mente. Cerca di dare un nome alle emozioni che prova per placare la propria angoscia, usando talvolta etichette diagnostiche, come "sono depresso", "ho gli attacchi di panico", per tentare di autodefinirsi, rischiando tuttavia di farle diventare parte integrante di sé.
Per accedere alla conoscenza di sé, l'adolescente deve necessariamente relazionarsi con gli altri. Specialmente in questo periodo di pandemia, viene a mancare questa importante dimensione, si sposta necessariamente nella rete, che può essere utilizzata in senso positivo ma anche apre scenari negativi se diventa una vetrina dove trasmettere immagini di sé non reali.
Le domande suscitate dal confronto con la realtà non sono mai semplici, ma diventano ancora più articolate e difficili per gli adolescenti di oggi, se si pensa che la realtà alla quale chiediamo un rimando per definire noi stessi è sempre meno reale. Molto spesso l'adolescente di oggi si presenta al mondo sociale attraverso un filtro: la fotografia scattata ad arte, con luce e inquadratura impeccabile, da mostrare ad amici e sconosciuti, per affascinare i follower e conquistarne di nuovi. E per un primo periodo la cosa funziona alla grande: più seguaci e like si hanno più si è popolari e più si riempie il proprio serbatoio di autostima. Poi però pian piano il ragazzo si accorge che quei follower sanno poco della sua vera personalità, non lo conoscono davvero, ed ecco che compare un senso di vuoto e di solitudine.
Il confronto con i profili social degli altri, inoltre, può avere effetti sullo stato d'animo dell'adolescente, che percepisce un divario profondo tra i suoi sentimenti e le immagini di assoluta felicità e spensieratezza che vede pubblicati online: ed ecco che appare un senso di inadeguatezza e di esclusione da un mondo esterno che appare, sottolineo appare, tanto felice.
L'adolescente di oggi, quindi, deve misurarsi non solo con la realtà "vera", ma anche quella virtuale, fatta di like e visualizzazioni, che distorce e amplifica ogni cosa: ha tra le mani uno strumento potente, che andrebbe "maneggiato con cura", magari con l'aiuto di un adulto, capace di ascoltare e spiegare alcune dinamiche dei social e del mondo virtuale.
Durante l'adolescenza si passa gradualmente da uno stato in cui l'aiuto, la guida, il sostegno, l'approvazione e la rassicurazione provengono dai genitori (dipendenza), a uno stato intermedio in cui il sostegno e l'approvazione provengono dalle amicizie, dai rapporti sentimentali, dai rapporti con altri adulti, per arrivare allo stato in cui si è in grado di pensare, valutare, fare scelte, prendere decisioni, seguendo il proprio punto di vista, senza grossi incoraggiamenti esterni (autonomia).. Autonomia è una parola grande, vuol dire introiettare valori ed opinioni proprie e tendere ogni giorno un po' di più a costruire ciò che vorremmo essere, ma in maniera equilibrata, vale a dire senza diventare i giudici implacabili di noi stessi. Diventare migliori, tenendo conto delle ns caratteristiche sia in positivo sia in negativo, e accettandoci. Perché se non ci accettiamo noi per primi, come facciamo a costruire una buona autostima, pilastro della costruzione di sé? Per poterci costruire come persone dobbiamo imparare a percepirci, a conoscerci, a mediare ciò che di noi ci viene rimandato dagli altri con ciò che sentiamo di essere, e anche di voler diventare.
Sempre secondo Erikson, il processo di costruzione della propria identità non si esaurisce in un periodo circoscritto che può essere indicato dal termine adolescenza, ma si protrae per tutta la vita e la crisi di identità può manifestarsi in modo più o meno violento anche in relazione al momento storico in cui ci si trova a vivere.
Oggi la definizione di una propria identità risulta più difficile e, può sembrare un paradosso, ciò avviene proprio in relazione al numero crescente di opportunità professionali e personali che la società offre ma a fronte delle quali manca un'effettiva possibilità di realizzazione delle stesse (si pensi alle innumerevoli proposte formative tra cui i giovani si trovano a scegliere e alla difficoltà di reali sbocchi nel mondo lavorativo). La società attuale non rimanda certezze e non suggerisce soluzioni, semmai implementa grande incertezza e instabilità. Su queste basi è davvero difficile muoversi e impedirsi di provare sgomento, per un giovane che sta costruendo il proprio futuro, per un adulto che è alle prese col mutevole e insicuro mercato del lavoro, per una persona matura che deve fare i conti col ricollocarsi.
Un'epoca dove la crisi ormai acclamata delle istituzioni forti e delle appartenenze comunitarie tradizionali ha reso le identità individuali libere di costruirsi e reinventarsi da un lato, ma fluide e potenzialmente molto più fragili di un tempo dall'altro
Il compito della psicologia in questo difficile contesto sociale è quanto mai importante e impegnativo, ha a che vedere col far modificare lo stile di pensiero per potersi adattare ad un contesto sociale difficile.
Perché è fondamentale per le persone darsi delle certezze interiori, costruire in maniera solida la focalizzazione sulle proprie competenze ed abilità, consolidare l'autostima e l'autoefficacia personale, inglobare l'imprevisto nel proprio modo di pensare e non farsene affossare, darsi la possibilità di considerare gli errori l'occasione per migliorarsi e non una sconfitta irrimediabile.
Bisogna tendere a cavalcare l'incertezza senza farsene travolgere, accettare in maniera attiva, cioè attivare le proprie risorse, non subire passivamente ciò che sfugge al ns controllo.
Dott.ssa Daniela Benvenuti
Psicologo Padova e Feltre